Il calendario Gregoriano è frutto di secoli di contributi scientifici, impegno di numerosi studiosi. La ricerca storica restituisce Luigi Lilio ‒ supponendolo realmente esistito – alla sua origine, l’Umbria, di ciò è fonte principale papa Gregorio XIII. Pertanto, circa la figura di Lilio, se da un lato viene appurato dato, che la storiografia moderna non può più eludere, e cioè il suo luogo di origine umbra; dall’altro sorgono quaestio: tale personaggio è un anagramma, uno pseudonimo, un religioso? Addirittura sorgono interrogativi sulla sua stessa identità: è realmente esistito? Sono questioni che emergono per riscontrate incongruenze.
Alcuni stralci dalla ricerca:
● Riguardo al presunto luogo di nascita di Luigi Lilio, supposto a Cirò – fu Carlo Maria Nardi nel suo Carminum specimen, concinnis adnotationibus, scitisque parergis exornatum, del 1769, a scrivere che il ‘Giglio’ fosse nativo di Cirò, facendo riferimento al termine ‘Umbriaticese’(sic!). Ricordo che Lilius non è traducibile in Giglio, è Lilius punto. Lilium è giglio, in greco leirion. Dal testo del Nardi, altri autori ripresero e riportarono il presunto luogo. È noto, però, che la denominazione del paese “Cirò” era già riscontrabile e conosciuta dallo stesso Papa Gregorio XIII, in uso dal 1579, mentre il Calendario viene promulgato nel 1582. Il papa non scrive, riguardo Lilio, ‘della terra di Cirò’, come per altri documenti fa esplicitamente; scrive, piuttosto: ‘Umbriaticese’, ovvero dell’Umbria. Lo scrive il Papa. Le interpretazioni postume, appunto, sono mere interpretazioni.
● Sussiste un verbale, manoscritto del 14 settembre 1580, il cui testo originale si trova in vaticani Latini n. 3685, con cui i membri della Commissione per il calendario presentarono al papa un resoconto ufficiale dei loro incontri. Si tratta di poco più di 10 fogli nei quali la commissione attestava di aver adottato rigorosamente l’unico computo in grado di fornire un calendario perpetuo. Alla fine di questi 10 fogli, quasi illeggibili, compaiono i nomi dei membri, compreso quello di Antonio Lilio seguito dall’espressione Calaber. Tale definizione non trova ricezione, rimane aleatoria come tutto ciò che riguarda i Lilio, soprattutto perché né papa Gregorio XIII, né Clavio, ne tengono conto: il documento è del 1580 e la promulgazione del calendario è postuma, avviene nel 1582. E visto che la matematica non è un’opinione, se fosse stato Calaber (che nulla di ‘specifico’ indica) la provenienza dei fratelli Lilio, non sarebbe costato nulla a papa Gregorio XIII, né a Clavio trascriverlo, non c’era motivo per non riportarlo. Semplicemente non lo fanno, poiché tale origine è impropria.
● Di Lilio - di cui non è noto né anno di nascita né di morte, come anche del fratello Antonio - fu supposto esercizio di docenza in medicina nell’Università di Perugia. Tale circostanza era stata ipotizzata da Josef Schmid a seguito del rinvenimento di una epistola: il card. Cervini, futuro papa Marcello II, indirizza a G. Sirleto preghiera di intercedere presso il card. Dandini, in favore di messer ‘Aluigi Gigli’ per un aumento di stipendio previsto per i docenti più meritevoli. Spesso però, delle lettere non si hanno effettivi riscontri in risposta, né trascrizioni o ricevute di stipendi. Viene naturale interrogarsi sul quanto sia curioso che un Cardinale chieda intervento, per interposta persona, a altro Cardinale; e, circa le modalità di stipendio, portiamo il caso del celebre medico e alchimista italiano, Pietro Bono da Ferrara, autore del famoso trattato Pretiosa Margarita Novella. Di tale autore si sa quel che egli stesso dice di sé: è un medico dottorato, ha cioè percorso studi istituzionali universitari, visto che si definisce phisicus subtilis. La formazione universitaria è necessaria per essere - come Bono afferma - salariatus. Se tale era anche Lilio - studioso con una completa preparazione universitaria - che bisogno c’era di chiedere interventi di supporto per qualcosa di cui già poteva disporre?
Ma, ritornando al supposto esercizio di docenza di Lilio in medicina, l’Università di Perugia, in occasione della ricorrenza del quarto centenario della riforma del Calendario, 1982, celebrò Luigi Lilio, pubblicando per l’occasione un volume con annessa copia del Compendio liliano nel quale, tuttavia, fra le altre cose, si ricorda che il nome di Lilio non ricorre negli elenchi dei docenti della Facoltà di medicina. Inoltre, non risultano documenti accertanti il dottorato in medicina di Lilio a Napoli, né altre attestazioni. Solo nel 1562 il governo spagnolo promosse l’obbligo di un registro delle matricole.
● Circa la sede in cui fu emanata la Bolla Inter Gravissimas, verifichiamo che la data di indizione è il 24 febbraio 1581, Gregorio XIII, nell’indicazione dell’anno, segue il “modo fiorentino” – come si riscontra anche nei testi di Clavio: “Datum Tusculi Anno Incarnationis Dominica M. D. LXXXI, Sexto Calend. Martij Pontificatus nostri Anno Decimo”. Al contempo vi leggiamo chiaramente: “Datum Tusculi”, tradotto “Dato in Frascati”. La sede in cui fu emanata la Bolla non fu Villa Mondragone in Monte Porzio Catone, ma Frascati, dato documentale appurato anche nei preziosi studi di R. M. Strollo.
Ergo: la forza di una ricerca è nel suo fondamento documentale, capace di sovvertire lecitamente argomenti. Consiglio lettura del libro: ALOYSIUS LILIUS DELL’UMBRIA. PRIMO AUTORE DEL CALENDARIO GREGORIANO.
ATTENZIONE ‒ anche per la comunità di Cirò ‒ : Lilio non è una questione di ‘convenienza’, tanto meno il Calendario Gregoriano, opera eccelsa nella Storia della Chiesa che non può essere macchiata da stramberie. Insistere nell’improprio e senza confutazione civile nulla apporta a Cirò se non perditempo a discredito della cultura, del territorio, eludendo i reali problemi e disservizi. Luigi Lilio, poiché la storia attesta altro, non può essere annoverato tra i MID -marcatori identitari distintivi- di Calabria, tantomeno di Cirò che, con verità secolare, ha la sua identità nel vino. Le campagne elettorali consiglio di farle con contenuti reali, c’è sempre tempo per iniziare a Studiare prima di aprire bocca. Ho scelto il modo più autentico per valorizzare la vita, di riflesso anche Cirò: conoscenza, autorevolezza nella formazione, onestà intellettuale. Ciò è espressione inoltre di una Politica sana. Sono elementi che nobilitano e liberano dalla servitù dell’inconcludenza, i cui danni sono evidenti. Un Ente Pubblico, Cirò, i cui amministratori, (e associazioni affini), ignorano volutamente l’esistenza di dati storici mutati da anni, dimenticano che sono servitori dello Stato, del Popolo, del Bene Comune, tenuti alla correttezza e responsabilità etica! L’indifferenza e mancanza di presa di coscienza di dati storici mutati disonora il ruolo che ricoprono, e danneggia Cirò che continua ad essere ridicolizzato e trattato come cosa privata. È indecente e immorale farsi forte di una politica deistruita, come se un dato storico, culturale, dovesse generare non dagli elementi di ragionevolezza e credibile documentazione, ma dai diktat di forze ‘trascendenti’, dal traino più o meno masso-politico, o dell’interessato di turno. Si rasenta il fanatismo del ‘comandare’ che non confuta dati civilmente. Il coinvolgimento della Regione Calabria, dei Parlamentari a supporto di falso marketing culturale su Lilio ‒ almeno studiatelo l’argomento ‒ conferma un sistema 'politico' ignorante, malsano, irrispettoso di chi studia, forte -questa politica falsa- di una claque che in essi si specchia. Non si usa a proprio servizio la Cosa Pubblica, né la Cultura. Non si impone falso marketing, e manipolata logorroica comunicazione che non valorizza la storia dei territori, ma l’interesse improprio, tipico di una politica relativista, che dispone iniziative infruttuose a spese dei contribuenti, distraendo le masse dai gravi disservizi.
Auguro a Cirò, e alla politica calabrese, regionale e nazionale, il coraggio di liberarsi da tanto malcostume, dallo spreco di soldi pubblici, da preconcetti e pregiudizi. La Storia, l’Istruzione non è monopolio di politica insulsa. Occorre rinsavire dal pozzo di ignoranza alimentato, rendersi capaci di Dignità con la verità dei propri sacrifici e dei propri meriti, senza timori di ‘disobbedire’ ai sistemi di prepotenza che vorrebbero ‘zittire’. Il Bene, afferma Tommaso d’Aquino, tende per sua natura a diffondersi.

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