Da un sistema politico malato, perché così imposto, se ne esce con la determinazione della verità. È oltremodo raccapricciante quanto emerge dall’indagine 'Teorema' che colpisce la Provincia di Crotone, e paesi annessi. Colpisce, tale disastro, quanti credono negli ideali, nelle istituzioni, nella Politica seria. Colpisce la speranza di cambiamento che la Calabria, soprattutto del Crotonese, chiede! Tutti presunti innocenti, ma con imputazioni gravissime, noncuranti di un territorio in ginocchio, ferito, umiliato, impietrito da tanta tracotanza, e a causa di un sistema immorale che grava sulla propria gente. Rappresentanti del popolo, amministratori senza vergogna, che rappresentano solo il proprio egocentrismo.
Occorre ribellarsi a questo male disgustoso che, ancora una volta, indigna per la volgarità di un agire criminale. Le storie si ripetono, l'affarismo si copre anche di grembiulini usando il Popolo, organizzando eventi a distrazione di massa, mentre la Politica viene sporcata ancora una volta, creando sfiducia in una Calabria la cui bellezza, i cui talenti meritevoli, che non si uniformano a sistema e compasso, sono offuscati. È tempo di indignarsi!
La sete di giustizia è il primo elemento di vita civile
Ogni no all’ingiusto, alla prepotenza, all’arroganza, alla disonestà intellettuale, denota dignità e lungimiranza. Dà modo di mai perdere capacità critica, e a non sottomettersi a chi, con spregiudicatezza, riversa livore che diventa danno umano esponenziale. L’accettazione passiva di qualsiasi teorema imposto non fa liberi, e occorre non lasciarsi rubare la propria libertà. Quando poi non si intravede alcuna trasparenza, il dubbio innesca ricerca di chiarezza per dare luce a ciò che viene adombrato. La bellezza della cultura socio-politica si esprime anche con il desiderio di conoscerla in profondità nei fatti, come si fa quando ci si innamora. E, così, anche della propria terra madre non si può non esserne innamorati e desiderarla giusta, attrattiva, con dignità, verità, soprattutto con onestà intellettuale.
Attenzione alla permeabilità e contraddizione di ‘condotte ingiuste’
Non è etico servirsi e non servire la cosa pubblica, non è etico alimentare inculturazione creando nocumento a un territorio già provato. E, per analogia, circa la permeabilità e contraddizione che spiegano le condotte ingiuste, calza a pennello il concetto espresso da Umberto Galimberti: “logiche di clan” nel governo della cosa pubblica. Secondo Galimberti – e condivido – le “logiche di clan” implicano una difesa a oltranza dei propri membri, nel clan, non si manda via nessuno, indipendentemente dagli errori commessi. Ne deriva chiusura identitaria e lealtà al gruppo che vuole prevalere sulla responsabilità istituzionale, o sul merito e capacità che non rientrano però nel clan. Una involuzione settaria che si ramifica, secondo “logiche di clan”, nelle istituzioni.
Non credo che tutto ciò rientri in uno stato democratico, civile. “Logiche di clan” non stabiliscono vita, né storia dei territori, quando lo fanno si rendono autori di manipolazioni senza onori e senza gloria. La cosa pubblica chiama alla lealtà, ed è atto dovuto la verità e la trasparenza verso i cittadini che donano fiducia. Ed è sempre attuale l’asserzione del filosofo G. Anders: “Il vero analfabeta non è chi non sa leggere ma chi non sa provare vergogna”. Inoltre, quando il potere politico si accanisce contro la voce morale, è perché non riesce a contenerla. Ne consegue una sollecitazione alla costruzione dell’autorevolezza di un umanesimo, sempre più dismesso, e uno stimolo al rapporto tra conoscenza e riconoscimento. Per chi poi si occupa di comunicazione ciò implica un richiamo preciso: non basta trasmettere contenuti corretti. Serve restituire coerentemente contesto, origine, consapevolezza, poiché la credibilità di una Comunità e suo territorio non nasce solo dai dati, nasce essenzialmente dalla verità nella sua interezza.
Il dialogo è un’esigenza esistenziale della civiltà
È necessario attuare una rivoluzione a favore di una evoluzione della tradizione, evoluzione politico-culturale. Si tratta di attuare una rivoluzione – e adotterei il linguaggio della teologia che parla di rimessa in sequenza del kerigma (annuncio/proclamazione), mentre in filosofia parliamo di meta-etica e di etica normativa – quando la domanda di senso è assente, è irrilevante, ne subisce il vivere civile di una comunità, occorre quindi una rivoluzione, ancor più perché è necessario distinguere ciò che ha valore da ciò che è apparenza, sorretta da una informazione clientelare e manipolatrice, incapace di verità. Faccio mio un concetto di Teodora Rossi, Docente di Teologia morale all’Angelicum, il concetto ‘Evidentivo’, che richiama il disegno dell’evidente cioè l’indiscutibilità di ciò che è chiaro. Un concetto che restituisce trasparenza, rende edotta l’attenzione. Va da sé che si rende ‘evidente’, ed indiscutibilmente chiaro, l’errore e la forzatura prodotta dall’ingiustizia. Occorre, dunque, spirito di novità e, con Girolamo Savonarola, è necessario adoperarsi per trovare la terra fertile, sconosciuta ai nostri giorni, cioè la serietà dell'umanesimo, un modo intellettualmente innovativo che ci conduca alla rinascenza morale, e dunque al risorgimento sociale. Ecco che il concetto “Evidentivo” diventa fattore salvifico per sanare Comunità.

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