venerdì 7 agosto 2026

La cosa pubblica è bene comune

Il paese è bene comune, ed è necessaria l’applicazione di una politica adulta, una comunicazione autentica, competente con cui surclassare un sistema contaminato, per niente politico, aggravato da fini impropri e disonore per l’Istituzione che rappresenta. Una comunità civile rimane fuori, e non connivente a una cultura della prepotenza. Inoltre, il principio miope additato ne “la tradizione”, non può sostituire dati storici, ignorare la realtà del territorio, né fermare il RIFORMISMO CULTURALE IN ATTO. Occorre iniziare quella svolta di dignità che surclassi ‘i sistemi’ attuali, scie di un atavico ‘sistema feudale’ sussistente, ma che non ha più ragione d’esistere.

Vivere le istituzioni territoriali in senso sociale

Non è una novità che, e non poche volte, le istituzioni territoriali non sono state vissute e utilizzate in senso ‘sociale’. Il loro uso clientelare, finalizzato alla difesa di interessi particolari, di infiltrazioni masso-mafiose, non ha generato servizio dovuto al bene comune, il territorio di Calabria, della stessa Cirò lo racconta in modo esplicito. Difatti, la gestione di istituzioni territoriali, affidata per amichettismo e familismo, non all’altezza del ruolo ‒ inconsapevoli che non è il ruolo a fare la persona ma la persona a fare il ruolo ‒ chiamati a curare solo interessi di chi ne tira i fili, al di fuori di ogni strategia utile al bene comune, hanno alimentato incapacità di dare forza alle politiche necessarie, ai servizi che un territorio richiede per risolvere i reali bisogni della gente, la quale, invece, spesso, subisce politiche inadeguate, l’assenza dello Stato, l’incapacità di elaborare qualsiasi progetto di sviluppo ‘aperto’. Quando poi Ente pubblico, Chiesa, Scuola, Associazioni attempate ed estemporanee si raggruppano in un unico fascio contaminato, e la cittadinanza non reagisce, non si oppone al sistema inconcludente, allora si diviene complici, compartecipi di una preghiera devota al male. Ma occorre discernimento non mescolanza!

Chi esercita funzioni pubbliche ha il dovere di adempierle «CON DISCIPLINA E ONORE»

Chi amministra dovrebbe saper distinguere la responsabilità istituzionale cui è tenuto, dall’attività di clientele, di interessi non trasparenti che nulla hanno a che fare con la gestione della cosa pubblica che non è cosa propria! La commistione tra queste distinte dimensioni rischia di compromettere l’oggettività dell’amministrazione e orientare delle decisioni non verso il bene comune, ma in danno ai territori e suoi cittadini. Ricordo l’esistenza dell’art. 54 della Costituzione, secondo cui chi esercita funzioni pubbliche ha il dovere di adempierle «CON DISCIPLINA E ONORE»: uno dei principi più nobili, troppo spesso inapplicato.

Invito a riflettere

È ora di proiettarsi verso una dimensione nuova, se non si vuole rimanere in un limbo limaccioso, incapace di costrutto sociale. Invito a riflettere su una dimensione socio-politica ispirata a principi di coerenza, civili, di democrazia, responsabilità etica, senso civico, rispetto dovuto, surclassando un agire che ha inclinato la vita del territorio rendendo disarmonia, assenza di economia, oltre che condizione culturale ridicola. Si deve guardare avanti e non mantenere il collo torto verso cose che oggi, secondo evoluzione naturale, naturale poiché, SECONDO NATURA, siamo chiamati a crescere e non a regredire in modo invertito rispetto a una realtà territoriale mutata. Il territorio si spopola, e anche a causa di interessi fatti passare per nostalgie infondate, utili solo a mascherare idiozie che agevolano distrazione di massa, alimento di manipolazione, ma che di fatto non offrono nulla, sono il nulla, mentre la realtà del territorio annaspa in disservizi, degrado urbano, silenzi assordanti. In mano di chi è il paese?! Dove è lo Stato?!

Il sapere nobilita territori

Occorre essere seri, soprattutto quando si assumono responsabilità pubbliche per cui si è pagati, e certo non per perorare inefficienza. L’agire deve essere di coscienza, di competenza poiché si è scelto di servire non di servirsi della cosa pubblica. La res pubblica è di tutti, il bene comune è di tutti, tutti devono avere voce e essere messi nelle condizioni di contribuire al bene comune, ancora più se evidenziate criticità moralmente e culturalmente serie. Il sapere nobilita territori; averne paura, o discostarsene è demerito che alcuni possono scegliere mantenendosi ignoranti. Ma gli alcuni rappresentano loro stessi e punto. La cosa pubblica, diversamente, è tenuta a tenerne conto, proprio perché non è gestione privata. Occorre dialogo, fermezza, confronto, soprattutto giustizia. Il settarismo associativo, i circoli chiusi, l’assecondare incapaci, secondo l’uso locale, applicare sistemi di coercizione nel tentativo di imbavagliare persone, argomenti che disturbano interessi personali, usando l’arma tipica di sistemi malati, ovvero denigrazione e dileggio infondati, tutto ciò è la morte della cosa pubblica, di ogni sistema legale. Occorre dire basta a tutto ciò, non rimanere sottomessi alla prepotenza di personaggi gretti d’intelletto e aridi di competenza, incapaci di vergognarsi!

Levarsi dal sonno della negligenza

«Se tutti ti mentono sempre», disse, «la conseguenza non è che tu creda alle bugie, ma piuttosto che nessuno creda più a niente... E un popolo che non crede più a niente non può prendere decisioni. Viene privato non solo della capacità di agire, ma anche della capacità di pensare e di giudicare. E con un popolo del genere, allora, puoi fare quello che vuoi» (Hannah Arendt).
Per dare un’opportunità di costrutto al territorio occorre presa di coscienza, responsabilità etica, consapevolezza che il paese è un bene comune, e ciò fa ritrovare dignità, verità, forse fa rinsavire una comunità ad oggi totalmente assente. Occorre maturità, sana reazione, poiché il principio del bene coincide con il vero. Il cambiamento socio-politico non cade dall’alto ma dal proprio agire. Agere sequitur esse!

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