mercoledì 1 luglio 2026

Si desti in politica l’intellighenzia cattolica

Siamo in un’epoca di grave transizione in cui pensare politicamente sembra un miraggio, e valori come la giustizia e l’equità si sono così avvicinati fin quasi a identificarsi. Occorre che tornino a distinguersi per entrare di nuovo in quel rapporto dialettico che ha segnato la storia delle società umane. Sussiste una contraddizione dell’azione politica condotta dai simil-cattolici che, a mio avviso, sembra tradire lo spirito della Costituzione che aveva posto i fondamenti di uno Stato sociale ma che, tuttavia, appare del tutto prona a uno Stato liberale, che non sarebbe un male se non mancasse, e in modo davvero pericoloso, di giustizia e equità. 

La sperequazione sociale crea discriminazione, emarginazione, forgia apparati votati all’insulto più che alla politica, élite di sistemi non inclusivi ma esclusivi, e compromette lo stesso concetto di ‘democrazia’. Al contempo, non bisogna far passare nel dimenticatoio la storia, a partire dalla fondazione dell’unità d’Italia il cui inestimabile valore non consentirebbe di parlare oggi di una Italia, nazione unita. L’Italia non nasce 80 anni fa, ma rinasce, ed è bene avere consapevolezza storica della nostra identità. Soprattutto è bene che quanti si vestono del privilegio di sedere i banchi in Parlamento, mantengano lo Stato unitario, edotto, democratico. Senza consapevolezza identitaria che non trascuri la verità storica, non si può far credere corrispondenza patriota.

Aristotele, nel libro V dell’Etica Nicomachea, affronta il tema dell’equità in rapporto alla giustizia. Entrambe, equità e giustizia, indicano un bene, si presentano come concetti diversi tra loro e al contempo appartenenti al medesimo genere. Aristotele risolve il paradosso evidenziando che l’equo e il giusto sono la stessa cosa, ma l’equo è migliore in quanto supera la mera giustizia legale.

Nel nostro tempo, tuttavia, la mancanza reale di equità, viene esaltata da una chiara incapacità di pensare politicamente in cui, come in una sorta di agonia sembra schiumata l’azione politica condotta dai cattolici nella politica italiana. La rappresentanza dei cattolici, dall’esperienza di d. Sturzo a De Gasperi, sembra giunta all’irrilevanza e, credo, spieghi anche l’insignificanza di una politica italiana, ridotta a poca trasparenza, a discorsi da bar, e l’inadeguatezza esplicita sia di chi regge le sorti di uno Stato, sia di quanti, diversi, ne amministrano enti pubblici, molti dei quali -enti- diventati meri bancomat atti all’alimento di clientele e sudditanze, a salvaguardia di gestione di potere. Inoltre, le istanze identitarie dei cattolici, cosiddette “non negoziabili”, sembrano aver perso peso specifico. I sedicenti cattolici, presenti ovunque, destra/sinistra, si rendono inefficaci dappertutto, ed è questa, a mio avviso, attualmente in Italia, la poco brillante situazione dei cattolici in politica.

Come accampati in campeggi, provvisori, orfani di un centro che ne rappresenti degnamente, istruita identità, parcheggiati nelle differenti, antitetiche formazioni politiche, del tutto ridotti a marginalità, il loro destino si è sostanzialmente risolto in sudditanza, che è punto estremo, anticamera dell’estinzione. Occorre realismo in politica, la cui mancanza determina sostanziale irrilevanza e inevitabile vassallaggio ab intra Italia e ab extra Italia che, peggio, dà vita a selfie, videoclip, esternazioni teatrali deprecabili, atti a distogliere dalla realtà socio-politica, distrazione che nulla ha di azione politica, di equità, di valori “non negoziabili”, di idee volte a costruire edificazione umana, e non illogici linguaggi che aprono a orride guerre, e che l’art. 11 della Costituzione italiana ripudia. Il pluralismo politico non deve degenerare in discredito dell’avversario, nell’insulto verso quanti non concordano con il pensiero unico che, in quanto tale, è malsano. Di slogan, fanatici sostenitori di curve da stadio, analfabeti di sistema socio-politico, non ha bisogno l’azione politica che, piuttosto, ha urgenza di manovre concrete, leale dialogo, competenza, reali servizi con cui temperare la sperequazione sociale.

La ragionevolezza del pensare politicamente è, insieme, il riconoscimento dell’eguale dignità degli esseri umani e del valore morale dei loro diritti. È un processo di specificazione e concretizzazione dei diritti che deve tener conto di molteplici fattori, tra cui la qualità dei beni da distribuire, le circostanze di fatto, e i contesti sociali che esulano da mendace affarismo e esplicita inconcludenza. La politica della scuola di d. Sturzo e De Gasperi, non ha mai guardato ai casi ‘singoli’ ma alla società nel suo insieme. L’obiettivo era e rimane quello di disegnare una struttura di base della vita sociale che sia articolata in istituzioni in grado di garantire servizi, rispetto, libertà, uguaglianza dei membri della comunità, con un fare inclusivo e mai divisivo, né arrogante, al fine di assicurare un assetto equo, armonico delle istituzioni.

Occorre che il pensare politico si rinfranchi alla concezione naturale di una società fatta di esseri umani, che ponga al centro del suo interesse la persona, la sua dignità, i valori non negoziabili la cui conoscenza non costringa in un quadratino classi sociali, etnie, selezionando colore della pelle o della religione. L’uomo nasce viator, di relazione con aliis, ed è urgente promuovere una cultura della reciprocità, come Papa Leone XIV sollecita. Occorre essere pro bonum, occorre senso del sacro la cui assenza valoriale ha spogliato di responsabilità etica la politica; urge empatia politica al fine di riconoscere una comunità fondata sul rispetto, da un manipolo di inutili idioti, avrebbe detto papa Francesco, fomentato da ignoranza, arroganza, atroce indifferenza.

Il pensare politico ha il dovere, di fronte all’evidente realtà della deriva sovranista e populista, di non essere disinteressato, di nutrirsi di sana cultura Popolare, di non confondersi con una politica malata, retrotopica, che grava il nostro tempo. È un dovere ambire il Bene Comune che è una responsabilità e non un potere da gestire o plasmare a propria immagine e somiglianza, poiché, con Nietzsche, “più ci eleviamo e più sembriamo piccoli a coloro che non sanno volare”. Osare pensare politico come volo d’aquila, equivale a una visione compiuta di edificazione umana e, poiché aquila non captat muscas, occorre che l’intellighenzia cattolica abbia voce consapevole nel nostro paese – riportando al Centro un’offerta politica concreta – soprattutto che ritrovi le ali di valore che d. Sturzo prima e De Gasperi poi hanno saputo dispiegare per far volare alto il pensare politico, direzionando la società civile verso vette di edificazione umana credibile, pregnante di giustizia sociale e equità. Osare il pensare politico, è coefficiente autentico per valorizzare, con autorevolezza, la società civile poiché, in linea con il pensiero di J. Maritain, occorre il superamento dell’umanesimo antropocentrico moderno, ciò ha escluso Dio e ha portato alla estremizzazione dell’individualismo e alle derive totalitarie, in favore di un ‘umanesimo integrale’ radicato nel tomismo e nei valori spirituali.



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